
Da qualche giorno provo a fare un conto.
Nel 1990 avevo dieci anni e arrivavo dalle Mauritius. Nella mia scuola ero l’unica bambina nera. Non so se fossi davvero l’unica straniera, ma ero certamente quella per cui non serviva fare domande.
Si vedeva.
Prima del nome, prima dell’accento, prima ancora che qualcuno sapesse qualcosa di me.
Se allora fosse esistita una percentuale massima di studenti stranieri per classe, probabilmente sarei rientrata senza problemi nei limiti. Ero una sola. Statisticamente irrilevante. Solo che io quella percentuale la abitavo.
Trentasei anni dopo guardo la scuola soprattutto attraverso la (mia) Creatura, che fa le medie. Ed è un’altra scuola, dentro un’altra Italia.
Così, dopo l’annuncio sul possibile tetto agli studenti stranieri, ho provato davvero a fare il conto nella sua classe.
Quello nato qui ma con genitori nati altrove lo conto?
La ragazza arrivata in Italia a tre anni?
Quello con un passaporto straniero ma che parla, sogna, litiga e scherza nella stessa lingua della Creatura?
La bambina che a casa parla un’altra lingua ma l’Italia è l’unico paese in cui abbia mai vissuto?
E quello con un genitore italiano e uno no, vale mezzo?
A un certo punto il conto si inceppa.
Non perché sia difficile la matematica, ma perché diventa difficile capire che cosa esattamente stiamo misurando.
Per continuare dovrei conoscere dettagli che normalmente non mi interessano: cittadinanze, passaporti, luoghi di nascita, provenienze dei genitori. Dovrei smettere per un momento di vedere quei ragazzi per ciò che sono nella vita della Creatura – compagni, amici, quello simpatico, quella insopportabile, quello bravo in matematica, quella che le passa i compiti – e cercare invece dentro ciascuno il punto preciso in cui comincia la sua “stranierità”.
È questa, forse, la cosa che mi interroga più del numero.
Lo sguardo necessario per produrlo.
Perché una classe, prima di essere contata, è semplicemente una classe. Poi decidiamo che occorre distinguere, e improvvisamente bisogna tracciare un confine.
Io stessa non saprei bene dove collocarmi.
Sono nata alle Mauritius, sono arrivata in Italia a dieci anni, sono cresciuta qui, ho studiato qui, ho costruito qui la mia vita. Qui è nata mia figlia.
Quanto dura, esattamente, essere stranieri?
Dieci anni? Venti? Trentasei?
O è una categoria che non scade mai?
Questo non significa negare i problemi reali delle scuole. Esistono ragazzi che arrivano senza conoscere l’italiano, classi difficili, insegnanti lasciati troppo soli, famiglie con cui comunicare può essere complicato, disuguaglianze economiche profonde.
Ma allora bisognerebbe avere il coraggio di nominare esattamente il problema.
Se manca la lingua, lavoriamo sulla lingua.
Se mancano mediatori, servono mediatori.
Se le classi sono troppo affollate, riduciamo il numero degli studenti.
Se c’è povertà educativa, interveniamo lì.
“Straniero”, invece, contiene troppe cose insieme. Un bambino arrivato ieri e uno nato qui. Una lingua che ancora non conosci e una che magari non parli più. Un passaporto. Un cognome. Una storia familiare. Il colore della pelle. Il colore della pelle?
Nel 1990, entrando nella mia classe, nessuno avrebbe avuto dubbi su chi indicare.
La straniera ero io.
Oggi guardo la classe della Creatura e penso che forse il cambiamento più profondo non sia semplicemente che ci siano più ragazzi con origini diverse.
È che l’Italia, nel frattempo, si è mescolata alle loro storie.
E separare con precisione dove finisca il “noi” e dove cominci il “loro” è diventato molto più difficile.
Forse non è una cosa da correggere.
Forse è semplicemente qualcosa che è già accaduto.
Così provo ancora a fare il conto.
Arrivo a due, tre, forse quattro.
Poi mi fermo.
Perché mi torna in mente quella bambina nera di dieci anni, appena arrivata dalle Mauritius, seduta in una classe italiana nel 1990.
E a quel punto la domanda non è più quanti stranieri ci siano oggi nella classe della Creatura.
È molto più semplice, e molto meno sempliceIo, adesso, da che parte del conto sto?

Nalini Vidoolah Mootoosamy è una drammaturga e scrittrice di origini mauriziane che vive e lavora in Italia. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi francesi presso l’Università degli Studi di Milano e insegna alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli di Milano. La sua scrittura esplora i temi della migrazione, dell’identità, della memoria e dell’appartenenza, muovendosi spesso tra lingue, geografie e contesti culturali differenti. Collabora con Teatro Utile presso l’Accademia dei Filodrammatici e con 369 Gradi, ed è parte della rete Fabulamundi Playwriting Europe. Nel 2018 ha fondato l’Associazione Ananke Arts. Il suo testo teatrale The Foreigner’s Smile ha vinto la Fabulamundi Call for Second-Generation Migrant Playwrights, mentre Lost & Found è stato finalista al Premio Riccione 2023.