Se Bakary Sako fosse stato bianco e i suoi aggressori fossero stati giovani nordafricani, per quanto tempo in Italia si sarebbe parlato della sua morte?
Per quanti giorni avremmo assistito a talk show sulla sicurezza, a campagne emergenziali, a richieste di espulsioni e a invocazioni di nuove misure repressive? Quante volte avremmo sentito ripetere che “è in corso un’invasione”, che le periferie sono fuori controllo, che i figli dell’immigrazione rappresentano una minaccia per il paese?
E se Diala Kanté non fosse stato un cittadino italiano, un imprenditore conosciuto, perfettamente compatibile con il racconto dell’”integrazione riuscita”, quanta solidarietà politica avrebbe ricevuto dopo la violenza subita?
Sono domande scomode. Ma necessarie.

Le vicende di Diala Kanté, arrestato e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale a Milano, e di Bakary Sako, ucciso brutalmente a Taranto, non raccontano soltanto due episodi di violenza. Raccontano una normalità radicata: il funzionamento concreto delle gerarchie razziali dentro la società italiana. Raccontano quali vite vengono considerate degne di tutela e protezione e quali, invece, possono essere umiliate, controllate o annientate senza che l’ordine esistente venga davvero messo in discussione.

È questa violenza ormai normalizzata a restituire l’inquietante immagine di vite considerate di valore diverso. Alcune producono più indignazione di altre, alcune morti vengono raccontate e ricordate mentre altre scivolano nel silenzio, alcune vittime ricevono solidarietà e altre vengono lasciate sole. È anche dentro questa distribuzione diseguale del sostegno, della visibilità e della solidarietà che si misura il livello reale di razzismo in questo paese.
L’Italia ha già scritto le proprie pagine di questo meccanismo. Nel gennaio 2018, l’omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata – una ragazza di 18 anni, il cui assassino era un cittadino nigeriano – divenne immediatamente un caso nazionale. Per settimane occupò talk show, prime pagine e comizi elettorali, trasformato in manifesto della campagna securitaria in corso in vista delle elezioni di marzo.

Pochi giorni dopo, Luca Traini sparò contro sei persone africane per le strade della stessa città: quella vicenda fu raccontata come una risposta emotiva comprensibile, non come un’emergenza razziale da affrontare. La logica era già lì, scritta chiaramente: alcune vittime producono indignazione nazionale, altre restano ai margini del discorso pubblico.

A Milano, Diala Kanté viene immobilizzato violentemente dalla polizia davanti ai propri figli. Mentre gridano “papà, papà”, impotenti e terrorizzati, sono costretti ad assistere all’umiliazione pubblica del padre, schiacciato a terra e ammanettato.
Un’immagine profondamente dolorosa.

Link al video completo dell’arresto di Diala Kanté
Perché quella violenza non si ferma sul corpo di Diala Kanté, ma attraversa l’intera famiglia, entra nella memoria dei figli e modifica il loro rapporto con le istituzioni. Costruisce una consapevolezza precoce: quella di vivere in un paese attraversato dal razzismo.
Che cosa imparano quei bambini guardando il proprio padre immobilizzato dalla polizia? Imparano che il rapporto con le istituzioni non è uguale per tutti. Imparano che il colore della pelle continua a influenzare il modo in cui si viene percepiti nello spazio pubblico. Imparano che esistono cittadini costretti continuamente a dimostrare di meritare rispetto, dignità e tutela.
E qui il rovesciamento diventa inevitabile.
Se il padre di quei bambini fosse stato bianco, quei figli avrebbero dovuto familiarizzare così presto con la violenza dello Stato? Avrebbero imparato così piccoli che il proprio corpo può diventare oggetto di controlli e abusi?
Per molte famiglie razzializzate questa non è un’eccezione. È una condizione quotidiana, ampiamente documentata. Il Consiglio d’Europa, attraverso la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI), ha denunciato per sei volte consecutive negli ultimi anni la pratica della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine italiane, definendola una forma di discriminazione sistematica rivolta in particolare verso persone nere e rom. Il Progetto Medea ha monitorato i controlli alla stazione di Ventimiglia nel 2021-2022: su 247 persone fermate dalla polizia, soltanto sette avevano la pelle bianca. La polizia italiana, rileva ancora l’ECRI, non raccoglie dati disaggregati per etnia sui propri controlli, un obbligo derivante dalla Convenzione ONU per l’eliminazione delle discriminazioni razziali che il governo continua a ignorare.
È la stessa violenza simbolica e materiale che da anni attraversa gli uffici immigrazione delle questure. La stessa che hanno imparato a conoscere centinaia di migliaia di persone costrette a passare ore in fila per un permesso di soggiorno, dentro luoghi in cui attese infinite, arbitrarietà amministrativa, urla, sospetto costante e trattamenti degradanti trasformano l’umiliazione in un’esperienza sistemica.
Non si tratta soltanto di burocrazia.
Si tratta di un rapporto di potere che educa quotidianamente all’obbedienza, alla paura e all’accettazione della subordinazione.
Molti figli dell’immigrazione crescono assistendo fin da piccoli all’umiliazione dei propri genitori davanti alle istituzioni. Vedono padri e madri trattati come problemi amministrativi, come corpi indisciplinati da controllare e da contenere.
Imparano presto che spesso il colore della pelle pesa più dei documenti.
Ed è giusto denunciare la violenza subita da Diala Kanté e dalla sua famiglia, ma ciò che colpisce è il modo in cui l’indignazione pubblica sembri diventare pienamente legittima soltanto davanti alla figura della “vittima rispettabile”. Nel racconto pubblico vengono continuamente sottolineati la cittadinanza italiana, il lavoro, il successo imprenditoriale, l’”integrazione”.
Quasi come se fosse necessario spiegare perché quella persona meritasse solidarietà. Quasi come se il problema non fosse la violenza dello Stato in sé, ma il fatto che quella violenza abbia colpito qualcuno percepito come compatibile con l’immagine rassicurante dell’”integrazione riuscita”.

È questo uno dei meccanismi più profondi del razzismo contemporaneo.
La solidarietà pubblica tende a concentrarsi soprattutto sulla figura della “vittima perfetta”: produttiva, disciplinata, integrata, rassicurante, possibilmente non conflittuale. Una figura che permette alla politica di esporsi senza mettere realmente in discussione l’ordine razziale e sociale che produce quella stessa violenza.

Tutti gli altri restano più esposti. Più vulnerabili. Più sacrificabili.
A Taranto, Bakary Sako – 35 anni, originario del Mali – viene ucciso da un gruppo di giovanissimi mentre si reca al lavoro all’alba. Un uomo migrante, lavoratore invisibile, assassinato dentro quell’Italia che continua a reggersi sullo sfruttamento razziale della manodopera e sulla marginalizzazione di migliaia di lavoratori.
Non è un’iperbole. I dati parlano chiaro. Secondo l’ISTAT, il tasso di lavoro irregolare in Italia è del 12,7% in media, ma sale al 17,6% nel settore agricolo e al 55,4% nel lavoro domestico e di cura: i comparti dove si concentra la manodopera straniera. Nel 2021, secondo il VI Rapporto Agromafie e Caporalato della FLAI-CGIL, erano circa 230.000 i lavoratori irregolari nei campi – oltre un quarto dell’intera forza lavoro agricola – e tra loro la componente migrante è strutturalmente maggioritaria. Nel quinquennio 2017-2021 sono stati aperti 458 procedimenti penali per sfruttamento lavorativo, di cui oltre il 48% nel solo settore agricolo. I lavoratori stranieri rappresentano il 10,9% degli occupati italiani, ma sono concentrati nei settori più precari, meno retribuiti e più esposti ad abusi.
In questo contesto la morte di Bakary non produce lo stesso scandalo pubblico e ancora una volta il rovesciamento è inevitabile.

Perché sappiamo perfettamente cosa sarebbe accaduto se gli assassini fossero stati ragazzi nordafricani o giovani identificati come “maranza”. Il fatto sarebbe diventato immediatamente una questione nazionale. Per settimane avremmo assistito alla costruzione dell’ennesima emergenza securitaria: titoli ossessivi, propaganda politica, campagne contro le seconde generazioni e, perché no, anche qualche altro decreto sicurezza.
La morte di Bakary sarebbe stata trasformata nella prova definitiva della presunta barbarie importata. Eppure gli studi disponibili smentiscono questo immaginario: una ricerca pubblicata sulla Rivista il Mulino, basata su quindici anni di dati relativi a 216 regioni di 23 paesi europei, non ha trovato alcun collegamento significativo tra livelli di immigrazione e tassi di criminalità. Il “pericolo” importato è una costruzione narrativa, non un dato statistico. Invece Bakary era un uomo maliano ucciso da giovani italiani. E allora tutto si ridimensiona.
La vicenda torna rapidamente cronaca locale. Nessun caso nazionale. Nessuna riflessione strutturale sulla violenza e il razzismo dentro la società italiana.
È così che funzionano le gerarchie razziali, quando la violenza cambia significato a seconda del corpo che la subisce e dell’identità di chi la esercita. Alcune vittime diventano simboli nazionali. Altre vengono assorbite nel rumore di fondo della società.
Bakary Sako era maliano. Come Moussa Diarra, ucciso a Verona dalla polizia. Hanno provato ad insabbiare anche la sua storia. L’hanno dipinto come mostro e così facendo, hanno compromesso la solidarietà che gli sarebbe dovuta arrivare.

D’altronde per chi la deve manifestare è rischioso, perché anche la solidarietà segue la linea del colore: più si è percepiti come integrati, più si viene riconosciuti come degni di protezione.
Ma questa integrazione ha un prezzo.
Per essere considerati degni di solidarietà bisogna continuamente dimostrare qualcosa: produttività, disciplina, rispettabilità, adesione ai “valori occidentali”.
Negli ultimi anni la politica italiana ha costruito un intero immaginario emergenziale attorno ai giovani razzializzati, ai migranti, alle nuove generazioni, alle periferie urbane – dal Decreto Caivano agli infiniti decreti sicurezza – in cui il messaggio è stato costante: il pericolo viene dall’esterno.
Ma le vicende di Milano e Taranto raccontano qualcosa di molto diverso.
Raccontano un paese incapace di fare i conti con la propria violenza. Con la violenza delle proprie istituzioni. Con la violenza delle forze di polizia – denunciata per sei anni consecutivi dagli organismi internazionali e ogni volta ignorata. Con la violenza prodotta dall’abbandono sociale, dalla cultura della forza e dalla marginalità strutturale di centinaia di migliaia di lavoratori sfruttati nei campi, nelle cucine, nelle case altrui.
Forse il problema non è ciò che arriva da fuori.
Forse l’Italia continua semplicemente a rifiutarsi di guardare dentro sé stessa.